[] αἰτησάμενος γὰρ μίαν ἡμέραν μόνην ἔπεμψε κρύφα Σίκινον τὸν ἑαυτοῦ παιδαγωγὸν πρὸς Ξέρξην, ἐγκελευσάμενος αὐτῷ ἐπιτίθεσθαι τοῖς Ἕλλησιν καὶ ναυμαχεῖν, δηλῶν τὸν μέλλοντα δρασμὸν ἀπὸ Σαλαμῖνος. Ὁ δὲ Ξέρξης νομίσας τὸν Θεμιστοκλέα μηδίζοντα ταῦτα ἀπεσταλκέναι, ἔπεμψε τὰς ναῦς ἐπὶ Σαλαμῖνα καὶ ἐκυκλώσατο τοὺς Ἕλληνας εἰς τὸ μένειν αὐτούς.
La lacuna iniziale, prima di αἰτησάμενος γάρ, è ipotizzata sulla base della
mancanza di un soggetto. Nel codice la frase ha
una sua struttura logica compiuta anche se il soggetto implicito nel
participio medio con valore temporale, Temistocle (si veda
l'identica frase a 5.2.), non è
nominato direttamente. Per maggiori dettagli
sugli aspetti paleografici Cfr. p..
L'espressione μίαν ἡμέραν μόνην, non pare
avere alcuna attestazione classica e si trova solo in autori dal II
secolo d.C. in poi. Jacoby (Komm. ad loc.) sosteneva che questo
''tratto personale di Aristodemo'' tenterebbe
di ''erklären,
warum die Hellenen am anderen morgen noch da
sind, was nach den Voraussetzungen der
vulgaten Tradition tatsächlich
unbegreiflich ist''
Già Eschilo nei Persiani (355-360) riportava l'episodio dove un: ἀνὴρ γὰρ Ἕλλην ἐξ Ἀθηναίων στρατοῦ / ἐλθὼν ἔλεξε παιδὶ σῷ Ξέρξῃ τάδε· / ὡς εἰ μελαίνης νυκτὸς ἵξεται κνέφας / Ἕλληνες οὐ μενοῖεν, ἀλλὰ σέλμασιν / ναῶν ἐπανθορόντες ἄλλος ἄλλοσε / δρασμῷ κρυφαίῳ βίοτον ἐκσωσοίατο [un uomo greco, giunto dall'esercito ateniese, disse a tuo figlio Serse che, come fosse giunta l'oscurità della nera notte, i Greci non sarebbero rimasti fermi, ma sui ponti delle navi si sarebbero guardati gli uni gli altri e ciascuno per sé avrebbe cercato di salvarsi la vita con una fuga segreta.]
Erodoto ci dà come indicazione solo l'avvento dell'alba, dopo la turbolenta discussione (8.83 ἡώς τε διέφαινε, Cfr. Aesch. Pers. 386) e ci dice che i Persiani non dormirono per passare a Psittalea ed accerchiare i Greci (8.76.3). Garvie 2009, 188-9. Non penso quindi che Αἰτησάμενος γὰρ μίαν ἡμέραν μόνην sia in contraddizione con il resto della tradizione. La frase può invece essere letta come riassunto di una delle possibili argomentazioni di Temistocle e ne sintetizza il senso decisivo: prendere tempo, come racconta anche Erodoto, per poter agire secondo il suo piano di riserva. La sintesi informativa di FGrHist 104 è basata su un criterio razionalizzante che fa sempre quadrare i conti. Durante la notte infatti (insieme all'arrivo di Aristide e alla conferma dei Teni secondo Erodoto), si colloca anche il momento in cui Temistocle, λαθών, se ne va dal Sinedrio per inviare Sicinno a parlare con i Persiani. Diodoro non dice nulla al riguardo, mentre ritroviamo in Nepote e Polieno che Sicinno sarebbe stato inviato di notte (Nep. Them. 4.3 noctu de; Poliaen. Strat. 1.30.3 νύκτωρ). Jacoby leggeva in Plutarco (Them. 12.2) una spiegazione che dovrebbe essere simile a quella di FGrHist 104, ma penso che ''ἐδόκει δὴ τῆς νυκτὸς ἀποχωρεῖν, καὶ παρηγγέλλετο πλοῦς τοῖς κυβερνήταις'' [decisero di partire quella notte, e fu annunciato ai piloti di salpare] non si riferisca alla ''notte seguente'', come intende anche Carena nella sua traduzione per la fondazione Valla (1992). Per le discussioni sul momento esatto della spedizione di Sicinno, si veda Pelling 1997, 2 n. 6, Lazenby 1988, 170. Pelling stesso colloca la missione all'imbrunire, ''the appropriate time for dark and dusty deeds of derring-do'' (Pelling 1997, 3). Jacoby considerava la cosa ''possibile'': FGrHist 104 Komm, 321. Poco oltre troviamo parole molto simili a quelle di FGrHist 104 che potrebbero giustificare la posizione di Jacoby: ὃν ἐκπέμπει πρὸς τὸν Ξέρξην κρύφα (Plut. Them. 12.4). Solo in FGrHist 104 e Plutarco, poiché solo in essi κρύφα è riferito a Sicinno, e nella tradizione che va da Eschilo a Plutarco e Polieno, l'elemento della notte permane mentre quello del nascondimento per assimilazione alla ''notte che nasconde'', viene ad alternarsi nei testi in riferimento alla missione di Sicinno, laddove in origine era legato alla flotta greca (Eschilo) o a Temistocle (Erodoto 8.75.2). Roux 1974, 58. Si è quasi tentati di vedere in Sicinno un Argilio portalettere parallelo a quello di Pausania, a motivare il pretesto lacedemone che ἐν ταῖς Παυσανίου ἐπιστολαῖς κοινωνὸν εὑρηκέναι τῆς προδοσίας Θεμιστοκλέα (10.1) identificando in questo pretesto la genesi del racconto su Sicinno. Per un'introduzione al rapporto tra Erodoto e i tragici, si veda Griffin 2006.